03 Mar 2021

Lunedì 8 marzo, in occasione della Festa Internazionale della Donna, si terrà il webinar “Le parole per raccontare la violenza” organizzato da il Centro Antiviolenza Mascherona – Il Cerchio delle Relazioni.

L’appuntamento è online alle 14:30 su Zoom e verterà nello specifico su tema della narrazione mediatica della violenza contro le donne. Quattro donne, quattro relatrici provenienti dall’ambito accademico e giornalistico analizzeranno le parole e le immagini con cui i media elaborano la violenza e i femminicidio, mettendo in luce la narrazione tossica e mostrando esempi virtuosi di rappresentazione non vittimizzante e che non alimenti una mentalità sbagliata. Inoltre si parlerà del fenomeno sempre più attuale dell’ Hate Speech online che colpisce principalmente le donne.

Le relatrici sono: Nadia Somma, blogger de Il Fatto quotidiano e attivista della rete D.i.Re; Flaminia Saccà, Presidente del Corso di laurea in Scienze politiche e Relazioni internazionali presso l’Università degli Studi della Tuscia; Luisa Stagi, docente di Sociologia generale e Introduzione agli studi di genere presso l’Università degli Studi di Genova e Francesca Forleo, giornalista del Il Secolo XIX e attivista della Rete Giulia.

“Le parole per raccontare la violenza” è il quinto webinar del ciclo di incontri  “Le parole non bastano” che ha analizzato e verificato l’attuazione della Convenzione di Istanbul in ambito giudiziario, sociale, criminologico e mediatico.

“Crediamo che il ruolo della comunicazione sia cruciale nella rappresentazione di un fenomeno e nella sua percezione da parte della società, – afferma Silvia Cristiani, psicologa-psicoterapeuta e Presidente de Il Cerchio delle Relazioni – anche e soprattutto per chi di tale rappresentazione se ne occupa a livello professionale. Le operatrici e psicologhe dei Centri Antiviolenza che lavorano nelle relazioni di aiuto conoscono l’importanza dell’uso delle parole giuste per rappresentare le storie e i vissuti delle donne.”

Lo scopo del webinar è promuovere una maggiore consapevolezza su questa tematica e diffondere buone prassi e maggiore consapevolezza tra le professioniste e i professionisti della comunicazione e non solo.

Nadia Somma, blogger de il Fatto Quotidiano, attivista della rete dei Centri antiviolenza D.i.RE

La rimozione e l’estetizzazione della violenza nella narrazione di stampa e tv 

Che cosa si deve dire, ancora, sulla narrazione tossica dei media? Se i giornalisti imbellettano la violenza contro le donne e la chiamano “amore, “passione” e iniettano linfa nella sottocultura del femminicidio; se provano empatia per i violenti e la loro triste sorte ma dimenticano le donne uccise; se continuano a inflazionare l’ego dei killer raccontandoci quanto soffrissero per un “amore non corrisposto”, quanto “desiderassero” la donna che hanno massacrato, quanto speravano in un sì; se fanno da cassa di risonanza a quell’Io, Io, Io Io degli uomini violenti scrivendo ancora di Lui, Lui, Lui, Lui adottandone il punto di vista,  se negano il desiderio delle donne parlandoci solo della volontà di dominio degli assassini, se ci dicono che la vita delle donne non vale nulla di fronte alla frustrazione di un uomo e se infine, colpevolizzano le donne uccise: che cosa dovremmo scrivere ancora?

C’è una guerra in atto che si gioca contro i corpi e la libertà delle donne e che prosegue con la narrazione di quella violenza agita. La scelta delle parole indica quale è il punto di vista sul femminicidio. I media ancora non affrontano fino in fondo  il nodo della cultura del dominio che muove i violenti e perseverano in un processo di estetizzazione  della violenza parlando di amore malato, raptus o delitto passionale. Nel peggiore dei casi colpevolizzano le vittime soprattutto se alla disparità di genere si somma la disparità di status sociale scatenando processi sommari e gogne contro le donne che hanno svelato la violenza come è recentemente avvenuto e continua ad avvenire con il caso Genovese.

Flaminia Saccà, professoressa ordinaria di Sociologia dei fenomeni politici e presidente del Corso di laurea in Scienze politiche e Relazioni internazionali presso l’Università degli Studi della Tuscia. Presidente dell’International Sociological Association-Research Committee Sociotechnics-Sociological Practices, Responsabile di diversi progetti di ricerca su tematiche che spaziano dagli stereotipi culturali che colpiscono le donne vittime di violenza alla comunicazione politica e di crisi nell’era dei social network, temi sui quali ha pubblicato diversi volumi. È inoltre direttrice del Laboratorio Scienza, Politica e Società dell’Università della Tuscia e dell’Istituto Sistemi Complessi del CNR.

Tre volte vittima. Stereotipi e pregiudizi nella rappresentazione sociale della violenza di genere.

La violenza sulle donne è una narrazione senza colpevoli. Nella quale la violenza “capita”, non viene agìta. Gli stereotipi e i pregiudizi di cui è infarcita la rappresentazione della violenza di genere sui media sono tutti qui. In un processo di normalizzazione che finisce con il legittimare la violenza e pertanto, col riprodurla. Contro le donne verrà messo in atto un potentissimo processo di omissione della realtà, che di fatto da un lato favorisce i colpevoli e dall’altra getta sospetto sulle vittime. Nascondendo i primi alla vista e alla percezione e lasciando per contro in piena luce le donne e i loro comportamenti che verranno passati al microscopio. Sulla stampa. Nelle questure. Nei tribunali. Esponendo le donne a vittimizzazione secondaria e terziaria. Rendendole tre volte vittime.

Luisa Stagi, docente di Sociologia generale e Introduzione agli studi di genere presso l’Università degli Studi di Genova.

Oltre l’indignazione e l’emergenza.

La violenza maschile contro le donne è un fatto sociale, è un problema strutturale. Le sue radici sono profonde e affondano in una cultura fatta di valori, modelli, ruoli che si riproducono incessantemente e quotidianamente attraverso la socializzazione di genere. Le narrazioni emergenziali intorno alla violenza maschile sulle donne richiamano soluzioni giustizialiste che, invece di combatterli, rischiano di diventare funzionali alla riproduzione del modello patriarcale e dell’ordine di genere.

Francesca Forleo, giornalista secolo xix, cpo fnsi e associazione Giulia

#Staizitta giornalista. L’hate speech contro le giornaliste e l’esperienza di Giulia Giornaliste

Quanto le “parolacce” non siano solo parole, lo sappiamo troppo bene: per documentarlo la rete Giulia Giornaliste  ha intervistato sette colleghe, per esemplificare sette diversi aspetti delle conseguenze dell’odio on line: sono giornaliste che si occupano di temi “sensibili”, come la questione dei migranti o la criminalità organizzata, o la politica, ma parlano anche di sport, pubblicano anche notizie di cronaca…Ci sono tra loro quelle che hanno dovuto abbandonare i social, affrontando un vero danno professionale.

Ma il libro “#Staizitta giornalista” di Silvia Garambois e Paola Rizzi è un’inchiesta giornalistica, per ricostruire cosa si muove nel mondo, in Europa, nel nostro Paese, nei palazzi delle istituzioni e nell’associazionismo, per contrastare il fenomeno, per fornire alle professioniste dell’informazione un vademecum contro l’hate speech e le sue diverse forme, fino allo zoombombing.

 

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